VIA RATTI-VITALI, AIGUILLE NOIRE DE PEUTEREY

L’ESEMPIO DA SEGUIRE

Riccardo l’ho conosciuto lo scorso anno ad una cena con degli amici, quindi lo conosco da poco tempo, ma ora ho come l’impressione di conoscerlo da una vita. Abbiamo diverse cose in comune, entrambi siamo nati e cresciuti a Roma, entrambi siamo un po’ dei disadattati, dei perenni insoddisfatti ma soprattutto amiamo la montagna (oltretutto lui è Aspirante Guida Alpina in Valle d’Aosta mentre io lo sto per diventare). Quest’anno abbiamo scalato e ravanato tanto insieme, in giro per monti, sia d’inverno che d’estate. Ce la siamo spassata alla grande e oramai mi sento in famiglia a casa sua; qui il divertimento non manca mai, c’è un via vai di persone davvero fuori misura, si incontrano facce nuove in continuazione, ma anche facce conosciute, una via di mezzo tra il centro sociale e il porto di mare, ma ne assume solo le caratteristiche positive di entrambi.
Questa volta la faccia nuova dentro casa sua ce la porto io, infatti è già un po’ di tempo che con Francesco tentiamo di organizzarci per scalare e buttarci in qualche avventura e sta volta ce l’abbiamo fatta.
Mi raggiunge, partendo da Roma, ad Aosta proprio a casa di Riccardo, che mi sta ospitando già da 4 settimane (oramai mi sono piazzato nel suo seminterrato e non do cenni di volermene andare).
Fra ha due settimane da passare qui in valle e l’entusiasmo è a 1000, iniziamo a fare programmi su almeno una decina di salite, ma a riportarci con i piedi per terra ci pensa il pessimo meteo che c’è in questi giorni, alla fine ci riduciamo a scalare un po’ in falesia e su qualche via sportiva, e a fare tanti km in giro per le alpi occidentali, cercando di sfuggire al maltempo, ma comunque riusciamo a tirare fuori delle giornate memorabili.
Ma le due settimane stanno per finire e di tutte le idee malsane che avevamo, non ne abbiamo portata a termine neanche una, allora ci rimettiamo a tavolino cercando di capire come portare a casa almeno una di tutte quelle salite.
Questi ultimi due giorni ha fatto neve in quota, ciò esclude praticamente tutte le ipotesi fatte fino ad ora … tranne una.
Decidiamo che la nostra meta sarebbe stata l’Aiguille Noire, dobbiamo solo decidere per quale via salire.
Dopo varie discussioni, telefonate ad amici e rifugisti, nuove idee e altri ripensamenti, ci convinciamo che la linea giusta per noi è la Ratti-Vitali sulla parete Ovest e prenotiamo due mezze pensioni al rifugio Monzino.
Sono davvero contentissimo di andare su questa via perché ne sono affascinato da tempo, un po’ per la storia dei personaggi che l’hanno aperta, un po’ per l’ambiente maestoso in cui si trova, ma soprattutto perché ho in mente i racconti di Massimo Marcheggiani, quando negli anni 80 (io non ero neanche nato) andò a ripeterla, scalandola interamente con gli scarponi e bivaccando a pochi tiri dalla vetta.
Massimo è un alpinista di quelli che hanno il fuoco dentro, ha scalato montagne e aperto vie in tutto il mondo dagli Appennini alle Alpi, fino in Himalaya e Patagonia ed è la persona che mi ha insegnato ad andare in un certo modo in montagna; con lui mi sono evoluto ed ho imparato tantissimo, e continuo ovviamente ad imparare da lui che all’età di 65 anni continua a scalare centinaia di metri di roccia e ghiaccio ogni volta che può, instancabile e inossidabile. È il mio “papà della montagna”, che credo si possa benissimo mettere sullo stesso piane di un parente, direi forse uno Zio di primo grado o qualcosa del genere.
Il giorno dopo, prima di partire per il rifugio, lo chiamo per dirgli che sto andando dove era stato anni fa e lui, contento di questo, inizia a raccontarmi aneddoti della sua salita.
Mi sento molto orgoglioso di questo, per me seguire le sue orme è sempre stato fondamentale, quando scalo con lui e quando faccio le cose che ha già fatto, mi sento sempre sicuro e motivato, perché spero un giorno di raggiungerlo e magari anche superarlo.
Ci mettiamo in macchina e alle 11.00 iniziamo il sentiero che porta al rifugio Monzino al quale arriviamo alle 13.30. ci rifocilliamo e, su consiglio del rifugista, andiamo a tracciare il nevaio che ci porterà il giorno dopo al colle dell’innominata, perché a quanto pare quest’anno da quella parte non c’è ancora andato nessuno e quindi non si sa nemmeno come è il ghiacciaio del Freney (uno dei più impervi di tutto il massiccio del monte bianco).

Dopo essere tornati al rifugio e dopo aver mangiato, ci addormentiamo di buon’ora perché l’indomani la nostra giornata inizierà molto presto.
Ci svegliamo alle 3.00 per fare colazione e alle 3.30 siamo fuori dal rifugio e in un oretta e mezza siamo già al colle dopo aver seguito le nostre tracce.
Da qui la visione è davvero sconfortante, il ghiacciaio è un dedalo di buchi e crepacci, ma per fortuna sono di quelli a V e non a campana, mentre ci caliamo in doppia per raggiungere l’altra sosta e poi il ghiacciaio, io individuo una linea dove si potrebbe attraversare senza grossi problemi, e per fortuna avevo ragione perché alle fine, dopo 3.30/4.00 ore dal rifugio arriviamo all’attacco della via.
Cambiamo velocemente assetto, levandoci gli scarponi, che lasceremo alla base insieme a ramponi e piccozze, e ci infiliamo le scarpette.
La via nel primo terzo vola via veloce, la roccia è buona e l’itinerario intuitivo, ma una volta entrati nel canale, lo risaliamo troppo e, nonostante la relazione trovata sul sito internet di Enrico Bonino fosse perfetta, riusciamo a sbagliare e finiamo in una zona di roccia rotta e rallentiamo molto il nostro ritmo.
Più in alto pero riusciamo a riprendere fortunatamente la retta via e ci portiamo verso la parte alta della via dove ci sono i due tiri chiave.
Il primo lo tira Francesco, un 6a ben protetto a chiodi ma fastidiosamente verglassato, non molto ma quanto basta per farti sbuffare un po’ e rallentare parecchio.
Subito dopo c’è il tiro di artif che tocca a me, lo si fa con una staffa sola (anche se due sarebbero ben più comodo), anche questo è verglassato ma non mi interessa perché so che avrei dovuto solo tirare i chiodi, ma anche questo tiro si rivela insidioso, infatti quasi tutti i chiodi presenti (e sono molti) sono da ribattere nella fessurina, che durante ‘inverno li ha sputati fuori; anche qui rallentiamo parecchio ma ne usciamo fuori. Velocemente finiamo gli ultimi tiri più facili e arriviamo in vetta, molto in ritardo rispetto ai programmi, ma siamo talmente contenti che non ce ne importa nulla, ci abbracciamo, ci prendiamo qualche minuto, e cerco di immaginarmi Massimo come si sarà sentito quando anche lui ha visto la Madonnina incastonata sulla cima.
Poi ci rimettiamo all’opera … ci aspettano solo 22 doppie per ritornare giù!
Al calar del sole, oltretutto dopo aver sbagliato un consistente numero di doppie (ancora altro tempo perso) ci ritroviamo alla base.
Al volo ci rimettiamo scomodamente gli scarponi e i ramponi, distendiamo la corda, facciamo tre nodi a palla, e iniziamo a seguire le nostre orme su ghiacciaio oramai al buio.
Pensandoci a posteriori forse alla fine è andata bene così perché i canali e i seracchi intorno al ghiacciaio hanno buttato giù migliaia di metri cubi di ghiaccio e neve durante il giorno, dai primi agli ultimi raggi di sole. In queste condizioni è stato di gran lunga più sicuro riattraversare il Freney.
Come se non bastasse, appena incominciamo ad arrampicare il facile canale che riporta al colle dell’innominata, la mia frontale si scarica, quindi sono arrivato fino su non vedendo assolutamente nulla di quello che avevo attorno costringendo Francesco a fare da primo, tiri di corda fino al colle.
Insomma alla fine ritorniamo al rifugio alle 1.00 di notte, e ci buttiamo all’istante sulle prime due brande che troviamo nel locale invernale, stanchissimi ma felicissimi.
Il giorno dopo facciamo una mega colazione e con calma ci riportiamo verso la macchina e casa di Riccardo.
Peccato che i giorni liberi dal lavoro di Fra siano finiti, infatti il giorno stesso è rimontato in macchina per tornare a Roma (non lo invidio per niente visto il lungo viaggio che lo aspetta).
È stata proprio una bella avventura, piena di imprevisti, e sono stato contento di averla condivisa con Francesco; prima d’ora con lui mi sono legato solo un paio di volte questo inverno, facendo cascate a Cogne, ma mi sono subito trovato bene; è molto motivato e concentrato e ha tanta voglia di scalare, è sempre di grande aiuto e conforto e riesce sempre a tenere alto il morale, anche quando le cose non vanno per il verso giusto.
Peccato che i suoi giorni liberi dal lavoro siano finiti, infatti il giorno stesso è rimontato in macchina per tornare a Roma (non lo invidio per niente visto il lungo viaggio che lo aspetta).
Intanto io sto già immaginando in quale altro progetto ci potrà coinvolgere il futuro.