PILASTRO ROSSO DEL BROUILLARD

VIA LES ANNEAUX MAGIQUES + VIA BONATTI OGGIONI

400m 6c+, 6b+ obl, ED+

Di solito dopo essermi cimentato in salite interessanti (come quella che sto per raccontare) scrivo sempre un raccontino da quando ho aperto questo blog personale.
Questa volta i vari impegni non mi hanno permesso di concentrarmi adeguatamente e quindi colgo l’occasione del riposo forzato, in questi giorni di pioggia di fine gennaio, per rimediare.
… sì perché non sono proprio uno scrittore, quindi ho bisogno di tanto tempo per raccogliere le idee e riuscire  a tirar fuori qualcosa da dire…
Primi di luglio 2020, solita trasferta al nord, sono ospite a casa del caro amico Michele, con il quale ho avuto il piacere di partecipare al corso guide alpine, siamo a cena a casa sua insieme alla sua famiglia.
Parliamo del più e del meno, come vanno le cose?...I figli? … la casa?…il lavoro?… e bla bla bla.
In un momento di quiete, mentre Michele prepara suo figlio per dormire, mi metto a smanettare al cellulare e cerco il meteo per i giorni successivi.
Le previsioni danno alta pressione, zero termico alto e bellissimo tempo per tre giorni filati… ahhhh finalmente ci si diverte.
Torna Michele e gli esprimo il mio desiderio di voler andare sul Pilastro Rosso del Brouillard, so che lui c’è già stato e quindi gli chiedo informazioni sulle vie, sull’avvicinamento, sul ritorno…
Però in quei giorni ero senza compagno di cordata e non sapevo a chi chiedere di venire con me.
Apro Instagram e vedo la storia di Peppe (il mio amico Siciliano) dalla quale capisco che è in VDA anche lui, allora gli scrivo subito e gli chiedo se vuole legarsi con me.
Mi risponde quasi subito di sì, allora ci sentiamo al telefono e concordiamo un appuntamento per parlarne dal vivo.
Mi raggiunge dopo qualche ora con il suo furgoncino e a cena parliamo e programmiamo la salita.
Decidiamo di salire LES ANNEAUX MAGIQUES, via aperta da D. Anker e M. Piola nel 1989 (300m 6c+, ob. 6b+, ED+).

L’indomani, con calma partiamo dalla val Veny, direzione rifugio Monzino, dove mangiamo e dormiamo.
Da qui la mattina alle 3.00 partiamo per raggiungere il bivacco Eccles, quello più piccolo e nuovo, dal quale, con una calata, accediamo al fondo del bacino glaciale del ghiacciaio del Brouillard (avvicinamento in condizioni decenti, con ponti ben stabili per passare gli innumerevoli crepacci presenti) e quindi alla base del pilastro (ore 7.30).
Decidiamo di attaccare per la prima lunghezza della Gabassou-Long, visto che lì la terminale è praticamente inesistente, per poi riprendere la nostra via, ma prima lasciamo un bel regalino alla base, dietro un pietrone caduto da chi sa dove, per sentirci più leggeri. Le tacche si tengono meglio il questo modo  😀 .
Peppe è appena uscito da un infortunio, non è molto in forma, quindi tirerò sempre io da primo. La via procede piuttosto bene fino al quinto tiro, sul quale tiriamo qualche bestemmione ben assestato.
Successivamente siamo di nuovo veloci e prendiamo il tiro di 6c+, anche qui tante imprecazioni per prendere il famoso fix, ma passiamo.
Finiti gli 8 tiri continuiamo lungo la via Bonatti, bagnata ma facile, che ci porta in vetta al pilastro.
Che soddisfazione, che luogo incredibile, che montagna enorme, siamo lontani da tutto e da tutti, da qui si vedono, da una prospettiva privilegiata, tutte e tre le grandi creste del Monte Bianco italiano (Brouillard, Innominata e Peuterey). C’è roccia e ghiaccio ovunque volgiamo lo sguardo, siamo letteralmente immersi nella montagna.
Un abbraccio veloce e subito lanciamo le corde per le calate, la discesa è ancora lunghissima.
Durante una delle doppie perdiamo tanto tempo perché una corda si incastra, ma risolviamo e continuiamo.
Dopo 400m di calate, decidiamo di seguire le tracce che Matteo Della Bordella, Francesco Ratti e Francois Cazzanelli hanno lasciato sul ghiacciaio per tornare al rifugio, quindi in sostanza decidiamo di non risalire ai bivacchi per tornare indietro, ma di tagliare in diagonale l’intero ghiacciaio per riprendere molto più in basso la normale.
Attraversare il ghiacciaio in quel modo, e soprattutto in quell’orario, si è rivelata la cosa più pericolosa che ho mai fatto in vita mia; abbiamo passato crepacci grandi come dei piccoli pescherecci e la neve era così molle e bagnata che ci siamo completamente fradiciati le gambe, ma ci siamo comunque comportati egregiamente entrambi, sia nella movimentazione che nella gestione della corda.
Una volta tornati al Monzino beviamo un tè freddo, riordiniamo gli zaini e, senza perdere tempo, continuiamo la discesa.
Arriviamo alla macchina alle 18.30 dopo 1600m D+ in salita (tra avvicinamento e arrampicata) e gli infiniti 2600m D- in discesa, stanchissimi ma contenti di essere riusciti a vivere una bellissima avventura, in uno dei versanti più belli del Monte Bianco. Manca solo una birra gigante ghiacciata e una bistecca al sangue alta due dita.